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La lotta contro la plastica: dall’Europa all’Africa

lotta contro la plastica

In questi giorni la Commissione Europea sta discutendo su come ridurre il consumo delle buste di plastica.

Quelle che noi utilizziamo quotidianamente per fare la spesa o per trasportare oggetti vari, adesso sono finite nel mirino della Ue, poiché, per il loro alto uso, comportano un aumento dell’inquinamento.

Si sta quindi pensando di tassare il loro uso oppure imporre agli stati membri di ridurne la produzione o vietarla completamente.

Queste nuove misure riguarderebbero anche le buste biodegradabili, quelle cioè introdotte in Italia circa tre anni fa e che hanno sostituito quelle più doppie ed inquinanti; tuttavia, lo ricordiamo, è in corso, in sede di Unione Europea, una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia circa le modalità con cui avrebbe introdotto tali sacchetti biodegradabili. Le nuove misure, però, dovrebbero arrestare tale procedura.

Per quantificare numericamente l’emergenza, ci limitiamo a fornirvi alcuni dati, comunicati dall’Ue: nel 2010 sono state vendute circa 100 miliardi di buste di plastica in Europa; gli italiani contribuiscono in misura maggiore all’inquinamento dell’ambiente con 181 buste all’anno per persona, mentre i più virtuosi sono i paesi scandinavi, con appena 4 buste a testa.

Ma l’Europa non è la sola a fare i conti con il nemico della plastica. Infatti molti paesi africani ne stanno proibendo l’uso, poiché causa inondazioni e provoca la morte di molte persone.

Nello specifico, l’Africa denuncia una vera e propria invasione dei suoi territori e dei suoi mari, da parte di questa marea multicolore costituita da buste di plastica. Dalle strade ai campi coltivati, dai fiumi ai mari, dovunque potrete osservare o spuntare buste colorate. Queste contaminano il suolo e l’aria, ostruiscono i canali, provocando inondazioni, rischiano di uccidere adulti e bambini mentre nuotano.

Il continente africano ha fatto quindi passi in avanti nella lotta contro la plastica; alcuni paesi l’hanno proibita, altri l’hanno tassata.

Tuttavia la battaglia non è così semplice: infatti bisogna tener conto del fatto che non ci sono molte alternative alla plastica, almeno in quei paesi, senza dimenticare poi la pressione delle grandi multinazionali produttrici di buste, che hanno minacciato di licenziare migliaia di lavoratori.

Tra i primi paesi ad adottare queste misure, ricordiamo Ruanda, Uganda, Gabon ed Etiopia e più recentemente Mauritania e Mali, dove però è ancora molto presente il mercato nero. Uno studio condotto in Mauritania, ha riscontrato, prima del divieto, resti di plastica nello stomaco dell’80% delle mucche morte nel paese, a significare di quanto la questione riguardi strettamente la salute degli abitanti e degli animali.

Anche in Bangladesh già dal 2002 i governi hanno vietato l’uso delle buste di plastica, considerate il maggior responsabile delle numerose inondazioni che hanno interessato quella zona negli anni precedenti.

Come abbiamo visto, quindi, un po’ da tutto il mondo, si sta prendendo coscienza della pericolosità di questo materiale e di quanto sarebbe opportuno sostituirlo con altri, molto meno dannosi per l’ambiente e per la salute umana.

Cominciamo anche noi nel nostro quotidiano, utilizzando borse di tela o di carta, ove poter riporre la spesa o altre cose; le prime possono essere utilizzate per molto tempo, le seconde riciclate.

A fronte di un consumo elevato della plastica, sono ancora recenti le misure adottate dai vari paesi, per veder già un sostanziale cambiamento. L’Africa, però, che è la zona dove è più evidente la contaminazione, ha già messo in atto da anni varie misure ed il risultato è che in alcune città la qualità della vita è migliorata.