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Kawah Ijen: il vulcano dalla lava blu

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Kawah Ijen: spettacolare e suggestivo, il vulcano indonesiano di Kawah Ijen, erutta lava di un colore surreale, che accende le notti della regione circostante di riflessi color cobalto.  Questa particolare colorazione della lava è dovuta a grandi quantità di zolfo puro, che bruciando emette un colore blu cobalto dalle sfumature violette; i pendii scoscesi e rocciosi del vulcano sono un inferno tossico, assolutamente impraticabili con temperature che arrivano fino ai 115° C, ma resi affascinati dal blu fluorescente delle sue colate.

L'intrepido fotografo Olivier Grunewald ha fotografato la bellezza del fuoco blu del Kawah Ijen, affiancato da un un gruppo di minatori che lavorano  di notte sul cratere, esposti pericolosamente alle esalazioni dei gas nocivi che emette il vulcano. I minatori trasportano tra gli 80 e 100 chili di zolfo per ogni viaggio.  Olivier Grunewald in collaborazione con Régis Etienne, presidente della Società di Vulcanologia di Ginevra ha realizzato un bellissimo documentario, pubblicato all'inizio di gennaio.

Da tanta bellezza anche tanto dolore e fatica.  All’interno del cratere, che è occupato quasi per intero da un lago sulfureo di colore verde che dona al paesaggio un aspetto da scenario alieno, intorno agli anni sessanta, alcuni minatori introdussero dei tubi di metallo nelle viscere del vulcano per poter estrarre lo zolfo. In tutti questi anni i minatori hanno mantenuto lo stesso ritmo e le stesse abitudini tramandandole di padre in figlio: ogni giorno partono dal campo base che è stato edificato ai piedi del vulcano e, dopo tre chilometri di dura arrampicata per arrivare in cima alla montagna, scendono lungo le pareti del cratere, lungo un ripido sentiero immaginario, una volta sul fondo del cratere, con una lancia di metallo estraggono il prezioso elemento.

Questi uomini fanno a pezzi  le lastre di zolfo in condizioni di grande pericolo a temperature che superano i 200 gradi, avvolti dai fumi tossici. I gas sulfurei bruciano senza pietà i polmoni, la pelle, gli occhi. I minatori tossiscono, avanzano a fatica in mezzo alla nube tossica. Appena terminato di estrarre caricano sulle spalle  circa 100 chili di zolfo e con un simile fardello sulla schiena risalgono a piedi il pendio del cratere per poi discendere, con due ore di cammino, fino al campo base. Questo duro lavoro viene svolto per ben due volte, per sei euro al giorno, per un totale mensile che gli permette a mala pena di sopravvivere; molti di loro non arrivano a 50 anni.

Uno di loro ha dichiarato:
“Lavoriamo all’inferno; i nostri occhi e polmoni bruciano tutto il giorno, ma non c’è niente che possiamo fare, senza questo lavoro non possiamo mangiare”.