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Inquinamento: la nuova Ilva è a Mantova? Allarme sul polo petrolchimico

Mantova inquinamento

Il caso dell'Ilva di Taranto ha scosso le coscienze circa le tematiche dell'inquinamento e della sostenibilità delle attività produttive. Il bandolo della matassa non è stato ancora definitivamente trovato che già si vocifera di un altro imminente disastro di proporzioni e tipologia simili. Il protagonista, fin ad adesso solo presunto, della nuova catastrofe ambientale è il polo petrolchimico di Mantova. A lanciare l'allarme è Paolo Rabitti, ingegnere e docente universitario che ha presediuto qualche anno fa la Commissione Parlamentare sul riciclo dei rifiuti.

Paolo Rabitti rileva, di concerto con Pietro Comba (Istituto superiore di sanità), Lucia Fazzo e Franco Berrino (Istituto nazionale tumori), che dal 2004 al 2012 l'incidenza di tumori nei dintori del polo petrolchimico di Mantova è stata del quintuplo (o del doppio, dipende dai periodi registrati) rispetto alla vicina Provincia di Varese.

Rabitti afferma, inoltre, che il terreno intorno agli stabilimenti è profondamente inquinato. Fino a due metri di profondità è possibile trovare traccia di benzene, materiale di scarto del trattamento del greggio, e altamente inquinante. L'ingegnere inoltre ha dichiarato che i danni sulla salute sono ormai accertati ma che non sono ancora stati portati avanti studi circa il "come" e il "dove" agire, e dunque ogni intervento è stato congelato fino a data da destinarsi.

L'allarme di Rabitti è da prendere sul serio, anche perché non riguarda solo le persone, ma anche l'ambiente nel suo complesso e l'equilibro di un ecosistema fragile: "Se aziende ed enti pubblici non riescono a impedire che grandi quantità di queste sostanze si riversino nel Mincio. Il rischio è che vi sia una danno sicuramente irreparabile per la catena alimentare. L’Unione europea dice che chi inquina paga», ha ricordato Rabitti, «ma qui finora non ha pagato nessuno. E ogni volta che gli enti pubblici ordinano di agire per pulire la falda inquinata, le aziende ricorrono al Tar come ha fatto la Ies".