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Il degrado della barriera corallina minaccia l’uomo

turtledive
Gli effetti dei danni all’ambiente bussano con sempre più insistenza alle nostre porte. Il cambiamento climatico lo fà con la prorompenza delle alluvioni, delle siccità e di una colonnina di mercurio che segue a fatica l’alternarsi delle stagioni.

In altre situazioni, il degrado ambientale ha effetti meno visibili, ma altrettanto devastanti. Secondo una ricerca, nata dalla cooperazione tra l’Università di Exeter (Regno Unito) e l’australiana University of Queenland, il danneggiamento della barriera corallina inciderà significativamente sulla pesca, fonte di sostentamento per milioni di persone che vivono sulla costa. Lo studio è stato condotto al largo delle Bahamas nella riserva naturale dell’Exuma Cays Land and Sea Park.

“I coralli”, spiega Alice Rogers ricercatrice dell’Università di Exeter, “sono i mattoni, l’elemento fondamentale che compone la barriera. Creano un habitat incredibilmente complesso, fatto di crepe e fessure che fungono da nascondigli e tane per le specie più vulnerabil, più piccole e gli esemplari in crescita”. Questi incantevoli condomini oceanici permettono, quindi, il ripopolamento di quelle varietà di pesci destinate a sfamare la popolazione locale.

Secondo lo studio, fattori come la sovrapesca e uno sviluppo costiero incontrollato sarebbero tra le cause della morte dei coralli. Un fattore che si traduce in una struttura della bartriera corallina meno porosa e quindi poco ospitale per la fauna ittica.

La decisione di studiare l’ambiente marino di una riserva naturale è tutt’altro che casuale. “Lavorando nell’Exuma Cays Land and Sea Park”, speiga Rogers, “ci siamo potuti concentrare sulle zone che, per cause naturali, presentano una minore o maggiore complessità della barriera coralline, senza che i nostri risultati potessero essere alterati dai ritmi dell’attività della pesca”. Le dimensioni e la densità della fauna che abita i tratti piu’ “sani” di barriera confrontata con quella delle erose dall’inquinamento, non lascia spazio a dubbi.  Nelle zone meno porose, la disponibilità di pesce è tre volte inferiore rispetto a quei tratti dove i coralli hanno creato una struttura più complessa.

"Abbiamo scoperto”, aggiunge Rogers, “che le caratteristiche dei pesci nei diversi habitat sono molto diverse. Dove la barriera corallina è più piatta e liscia non solo ci sono meno pesci, ma c'è una differenza significativa nelle dimensioni degli esemplari. Solo nei tratti meno danneggiati, sono stati rinvenuti pesci di dimensione media-piccola”. Questo dimostrerebbe che  la salute della barriera corallina e’ vitale per il ripopolamento degli oceani.

"Fortunatamente”, spiega Peter Mumby docente delle Università di Exeter e Queensland, “un ulteriore danneggiamento dell’habitat corallino potrà essere evitato attraverso l’attuazione di misure per la gestione dei nostri ecosistemi e del clima ". Il professor Mumby suggerisce di internenire sulla pesca e cattura del pesce pappagallo, che, nutrendosi di alghe, favorisce la crescita della barrier coralline. Fondamentale, poi, evitare che fertilizzanti e sentimenti entrino a contatto con l’acqua di fiume.

Maria Cristina Nanni, autrice dell' articolo, collabora con Frontier, Ong ambientalista che si occupa di volontariato all’estero (http://frontier-it.org). Frontier ha all’attivo piu’ di 350 progetti, in 60 paesi del mondo, sulla salvaguardia dell’ambiente e sul sostegno delle popolazioni più povere del pianeta.